Le paure di Trump. Da Maduro a Ventotene cosa teme realmente il Global Distractor
La grave ingerenza da parte del governo degli Stati Uniti d’America del 2 Gennaio scorso ai danni del governo Venezuelano, ha fatto risvegliare l’umanità in un incubo che si considerava concluso ormai da 50 anni. Eppure molti sono stati i segnali, evidenti e criptati, che hanno dimostrato quali fossero i limiti e le velleità del presidente Trump alla guida della nazione tra le più potenti al mondo. Quella in atto è il tentativo di ripristinare un atteggiamento e una visione del mondo vecchia, in cui tutto doveva girare intorno alle minacce globali della guerra fredda e dietro questo paravento nascondere un controllo diffuso sugli stati sudamericani. Le azioni di interferenza politica, attraverso finanziamenti e operazioni dei servizi segreti, portavano al potere governi fantoccio, che servivano esclusivamente a sfruttare le ricche risorse di quegli stati a favore degli USA.
E’
successo già tante volte, come in Guatemala (1954), nella Repubblica Dominicana
(1961), in Brasile (1961), senza dimenticare la triste fine dell’esperienza
democratica del governo di Allende in Cile, deposto nel 1973.
In
quel contesto storico, mentre all’estero si mettevano a soqquadro governi
sovrani, all’interno emergeva una corrente di pensiero che ha avuto come punta
dell’Iceberg il senatore americano Joseph McCarthy e che nascondeva sotto lo specchio d'acqua una
classe politica avida di potere e convinta che attraverso una campagna di
terrore politico e sociale, mascherata da difesa nazionale, si potessero
sfruttare le paure della Guerra Fredda per eliminare oppositori e rafforzare
una specifica agenda politica.
Quella
fase si concluse gradualmente, quando i processi avviati in questa ‘caccia alle
streghe’ non portarono a nulla di concreto e le ingiuste accuse di spionaggio caddero
perché prive di fondamento. Un elemento però è sopravvissuto: l’idea che la
prepotenza in politica sia la scorciatoia più utile per raggiungere e
conservare il potere.
Esiste
infatti un collegamento diretto tra il senatore McCarthy e Donald Trump, non in
senso metaforico, non figurativo, ma diretto, con nome e cognome. Si
chiama Roy Cohn, consulente capo nei processi farsa del Maccartismo
nonché mentore politico dell’attuale presidente degli Stati Uniti nella
sua formazione politica. Proprio in quella fase di creazione di contenuti
morali ed etici privi di scrupoli (scusate l’ossimoro) che avvenne la
plasmazione dei principi politici alla base dell’attuale situazione internazionale
e le strategie che ne fanno parte.
Appare
chiaro che l’attuale premier Americano e i suoi sodali, utilizzino un
linguaggio e un campo d’azione politico basato su poche sfumature e messaggi
chiari: amici-nemici, buoni-cattivi, bianco-nero. E i cattivi lo sono per
motivi ben precisi. Per esempio l’Unione Europea.
Trump
ha descritto l’UE come “nemico” sul piano commerciale, accusandola di
approfittarsi degli Stati Uniti con surplus commerciali e regole considerate
ostili ai prodotti americani. Ha appoggiato, direttamente o indirettamente, le
pulsioni sovraniste e la Brexit, lodando governi e leader che mettono in
discussione il progetto europeo, come se l’Europa fosse più forte divisa che
unita. Questi attacchi non sono solo dichiarazioni estemporanee: riflettono una
visione del mondo fatta di stati-nazione in competizione permanente, dove ogni
cooperazione sovranazionale è sospetta perché limita l’“America First”.
Eppure
l’Unione Europea, pur con tutte le sue contraddizioni, ha garantito alcuni
risultati che spesso si danno per scontati. Ha creato il più grande mercato
unico al mondo, eliminando dazi interni, armonizzando regole e facilitando la
libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali, con vantaggi enormi
per imprese, studenti, lavoratori. Ha contribuito a rendere quasi impensabile
la guerra fra stati membri, trasformando un continente lacerato da due guerre
mondiali in uno spazio di cooperazione istituzionale dove i conflitti si
spostano dai campi di battaglia ai tavoli negoziali. Ha anche iniziato a
costruire strumenti comuni su clima, diritti fondamentali, protezione dei dati,
diventando spesso un laboratorio di regolazione più avanzato rispetto ad altre
aree del mondo.
Questa
idea di Trump dell’Unione Europea come un avversario più che un alleato, un
concorrente economico da ridimensionare e un blocco politico da dividere, aiuta
a capire perché l’Europa abbia bisogno di più integrazione, non di meno. Perché
le tensioni tra nazionalismi e progetto europeo rendono urgente tornare allo
spirito del Manifesto di Ventotene e alla prospettiva di una federazione capace
di governare la globalizzazione e rimettere la politica al di sopra
dell’economia.
Molto
prima che esistessero trattati e istituzioni europee, il Manifesto di Ventotene
indicava una direzione politica radicale: superare lo stato nazionale sovrano,
responsabile delle guerre, e costruire una federazione europea fondata sulla
pace, sulla democrazia e sulla giustizia sociale. Altiero Spinelli, Ernesto
Rossi ed Eugenio Colorni vedevano con lucidità come la sovranità assoluta degli
stati fosse incompatibile con la pace e con lo sviluppo equilibrato dei popoli.
I valori al centro di quel testo – libertà, uguaglianza, solidarietà, rifiuto
del nazionalismo aggressivo – non sono un ornamento retorico ma la condizione
per evitare che ogni crisi economica o migratoria si trasformi in guerra fra
poveri e fra nazioni.
Il
problema oggi è che l’Unione Europea è rimasta a metà strada: più integrata di
una semplice alleanza tra stati, ma troppo poco integrata per essere una vera
federazione politica. Ha una moneta unica senza un vero bilancio federale,
procedure comuni senza una piena democrazia europea, politiche condivise senza
un governo dotato di legittimazione diretta e chiara. In questa zona grigia la
retorica sovranista prospera, accusando “Bruxelles” di ogni cosa, mentre i
governi nazionali scaricano le responsabilità. Per uscire dall’“Unione” così
com’è e avvicinarsi a una federazione, servono passi concreti: poteri fiscali
comuni, un bilancio più robusto, una politica estera e di difesa integrata, una
vera cittadinanza politica europea che non sia solo un’aggiunta al passaporto
nazionale.
Al
fondo, la vera questione è il rapporto tra politica ed economia. Negli ultimi
decenni l’Europa ha spesso lasciato che fossero i mercati, gli spread, le
agenzie di rating, le regole tecniche a orientare le scelte, riducendo la
politica a gestione “neutrale” di vincoli economici considerati intoccabili.
Una federazione europea, se vuole avere senso, deve ribaltare questa gerarchia:
l’economia come strumento, non come destino; la finanza al servizio di progetti
collettivi, non padrona dell’agenda. Ciò significa dotarsi di istituzioni
democratiche capaci di decidere su investimenti, lavoro, transizione ecologica,
welfare, senza subordinare ogni scelta alla paura dei mercati o alle pressioni
delle grandi piattaforme e dei colossi multinazionali. Solo così l’Europa potrà
rispondere alle critiche – anche quelle più aggressive – non chiudendosi nel
vittimismo, ma mostrando di essere in grado di fare ciò che i singoli stati non
riescono più a fare: governare il capitalismo globale con la bussola dei
diritti, della dignità e della giustizia sociale.
Alla
luce degli attacchi indiscriminati di Donald Trump a singoli stati sovrani,
appare ancora più chiaro perché non sopporta l’idea di un’Europa unita e capace
di parlare con una sola voce. La logica dei suoi interventi esteri è quella di
rapporti bilaterali asimmetrici, dove gli Stati Uniti trattano direttamente con
governi più deboli, uno per uno, in un gioco di forza che privilegia la
prepotenza del più forte rispetto a qualsiasi logica di equilibrio
multilaterale.
L’idea
stessa di un organismo sovranazionale che interviene per disinnescare conflitti
tra stati, pone limiti alla corsa alla potenza e costruisce spazi di mediazione
e diritto comune, è in netto contrasto con la tradizionale proiezione di forza
internazionale degli Stati Uniti, fondata sull’egemonia militare, sul dollaro e
sulla capacità di pressione economica. In questo senso, un’Europa federale
capace di gestire tensioni interne e regionali riduce lo spazio per le
ingerenze esterne e rende meno agevole la strategia di dividere per comandare.
Eppure
le radici del progetto europeo, così come delineate nel Manifesto di Ventotene,
affondano direttamente nella dottrina di Immanuel Kant e nella sua idea di
“pace perpetua”, fondata su una federazione di stati liberi che limitano
volontariamente la propria sovranità per impedire il ritorno alla guerra.
Spinelli e gli altri estensori del Manifesto rielaborano proprio questa
intuizione: la pace non è il risultato di un equilibrio precario tra potenze
armate fino ai denti, ma di un ordine giuridico sovranazionale che rende la
guerra non solo illegittima, ma materialmente impraticabile.
In
questo quadro, l’Europa non viene pensata come un semplice mercato o come
un’alleanza difensiva, ma come il passo concreto verso quel tipo di federazione
auspicata da Kant, dove la sovranità si condivide per guadagnare sicurezza,
libertà e giustizia, non per perderle. Ed è precisamente questa prospettiva –
una politica che si emancipa dall’arbitrio delle potenze e subordina la forza
al diritto – a risultare intollerabile per chi immagina il mondo come un campo
di battaglia permanente tra stati-nazione in competizione, in cui a vincere è
solo chi può imporre la propria volontà sugli altri.
Per
questi motivi l’Unione Europea e il Trumpismo non potranno mai viaggiare su
traiettorie convergenti. L’idea di Federazione, la stessa che paradossalmente
ha dato vita agli Stati Uniti d’America, è un repellente naturale per quelle
azioni di ingerenza internazionale di cui gli stessi Stati Uniti si stanno
rendendo colpevoli e l’idea stessa di Stato Nazionale è frutto di una
automistificazione ideologica, utilizzata per la conservazione del potere a
discapito del diritto internazionale. Il meccanismo perseguito dalle ideologie,
quello cioè di assumere giudizi di valore come se fossero asserzioni di fatto,
è il vero elemento che viene disinnescato nella idea stessa di una federazione
di Stati che pongono in essere un comportamento sociale indipendente cioè una
concezione globale della realtà, autonoma da tutte le altre, perché fornita di
propri criteri di valore e di interpretazione della società e della storia,
capace di orientare i comportamenti politici.

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