Le Ragioni del NO - Intervista a Walter Nocito docente Unical
Il Referendum del 22 e 23 Marzo prossimo, vedrà gli elettori chiamati a scegliere su un argomento tecnico ma fondamentale per la Giustizia Italiana. La scelta di modificare o meno la Costituzione, porta con se un pesante fardello, composto da rischi civili e garanzie istituzionali. Da essa discendono effetti sui quali non si potrà facilmente tornare indietro e per questo risulta necessario diffondere e trasmettere con grande impegno le ragioni di una scelta. Per costruire una coscienza civica più solida, intervisto il professor Walter Nocito, docente di Diritto pubblico all’Università della Calabria e tra i costituzionalisti che da anni animano il dibattito sulle riforme istituzionali, per approfondire con uno sguardo competente e critico le ragioni del “no” al referendum costituzionale, aiutando i lettori a orientarsi in una scelta che incide direttamente sulla qualità della nostra democrazia.
D: Professore, partiamo dal contesto: che tipo di referendum è quello del 22-23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale della giustizia e perché lo considera un passaggio decisivo per l’assetto della nostra democrazia?
La natura è oppositiva e non confermativa, in quanto vale la determinazione delle opposizioni a opporsi al testo di revisione, che è passata al voto parlamentare con una maggioranza non rappresentativa del corpo sociale-elettorale, cioè inferiore ai due terzi dei parlamentari in ciascuna delle due Camere parlamentari.
D: La scheda referendaria chiede agli elettori se approvare o respingere il testo di legge costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale e istituzione del tribunale disciplinare: può spiegare in termini comprensibili quali sono i punti chiave di questa riforma?
Sono istituiti, anzitutto, due “Consigli superiori della Magistratura” tra loro ben distinti (uno per i magistrati giudicanti e uno per quelli requirenti).
E’ istituita anche una (del tutto nuova) “Alta Corte disciplinare per i magistrati ordinari” che sarebbe composta da 15 giudici (professori, avvocati e magistrati sorteggiati), e che accentrerebbe la competenza disciplinare oggi in capo al Csm unitario.
D: Veniamo al suo “No”: qual è, in sintesi, la principale ragione costituzionale per cui ritiene necessario respingere questa riforma della giustizia?
Sotto il profilo costituzionale, le ragioni di metodo sono più gravi di quelle di merito: anche perchè il legame tra i due aspetti è molto stretto.
Infatti la maggioranza parlamentare e il Ministro della Giustizia hanno applicato nei mesi passati un presupposto, secondo me, del tutto ‘errato’ nel campo delle riforme istituzionali.
Secondo questo presupposto chi vince le elezioni può decidere tutto.
Così opinando, la riforma costituzionale è stata imposta dalla maggioranza con prepotenza, imponendo un testo non condiviso nè discusso, in termini sostanziali, nella sede parlamentare.
Così procedendo, il Ministro della Giustizia e il Governo (la volontà del Governo è stata evidente nella fase di approvazione) aprono brecce pericolose nella trama della Carta costituzionale, minando il principio della separazione dei poteri, e facendo sì che poi che si intervenga a colmare “i vuoti” che, ad arte, sono stati provocati, con leggi ordinarie espressione della maggioranza politica.
Nel merito dei problemi dunque, il rinvio alla legge ordinaria (espressione della maggioranza) apre brecce pericolose, non solo nella formazione dei due CSM separati (e di certo indeboliti), ma anche e particolarmente nella formazione e nel funzionamento dell’Alta corte disciplinare (sulla quale la ratio della riforma è a nostro avviso certamente pericolosa “al di là di ogni ragionevole dubbio”), la quale ha poteri delicatissimi che incidono sulla indipendenza effettiva e concreta della magistratura, che in astratto non viene modificata nelle norme costituzionali di principio (artt. 101 e 104 Cost.).
Come molti liberali autentici hanno già ben segnalato ai cittadini-elettori, il rischio attuale e prospettico è che “l’effettiva divisione dei poteri verrà a essere significativamente insidiata, se non compromessa, perché si consentirà al potere esecutivo di esercitare controllo di fatto sul giudiziario. Una democrazia liberale, senza la separazione dei poteri, non è più democrazia, ma trasforma il governante in autocrate” (Giuseppe Bozzi, Maurizio Fumo, in Critica liberale).
D: Molti giuristi hanno già espresso in passato preoccupazioni per tendenze considerate “securitarie” o sbilanciate sull’autorità a scapito dei diritti: riconosce elementi analoghi anche in questa riforma e, se sì, in che modo?
Nella Legge Nordio la cultura della giurisdizione si indebolisce in quanto la figura della magistratura requirente viene attratta nel campo della Polizia governativa e della cultura della pubblica accusa, nel mentre la magistratura giudicante diviene l’unico soggetto che segue e persegue la cultura della giurisdizione imparziale a garanzia dei diritti dei cittadini, soprattutto dei cittadini più deboli.
La unicità e la operatività della cultura della giurisdizione in senso unitario, in altri termini, non sono minacce per i diritti dei cittadini, ma sono garanzie.
In sintesi, se il trend della Legge Nordio sarà approvato e legittimato dal corpo elettorale, l’uso politico della giustizia sarà più agevole e sarà quasi istituzionalizzato.
Come si può ricordare, il Ministro Tajani, parlando come capo partito e come vice-premier, di recente, ha avuto una scivolata parlando proprio di polizia giudiziaria davanti i sui dirigenti di partito.
D: In altre occasioni lei ha richiamato il ruolo del Parlamento e degli organi di garanzia come baluardo contro derive autoritarie: in questa vicenda vede un corretto equilibrio tra iniziativa del governo, funzione parlamentare e consultazione popolare oppure intravede una “forzatura” costituzionale?
Ci sono due asserzioni politiche dei due attori principali della revisione (il Ministro Carlo Nordio e la Presidente del Consiglio) che probabilmente rendono più chiari gli obiettivi, e la ratio, della riforma in discussione.
Il Ministro, presentando la riforma, ha detto che la stessa deve essere apprezzata e approvata perché «fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale. Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al Governo». (fonte: Corriere della Sera, 3 novembre 2025).
Il Presidente Meloni, che in questa fase sta evitando di esporsi come front-men della riforma memore della vicenda renziana del dicembre 2026, ha detto che la stessa deve essere approvata in quanto «la riforma costituzionale e la riforma della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di Governo, sostenuta dal Parlamento» (Dichiarazione ufficiale della Presidente del Consiglio dei Ministri, 29.11.2025).
D: Che impatto potrebbe avere la vittoria del “No” sul rapporto tra politica e magistratura nel medio periodo: sarebbe solo uno stop a questa riforma o potrebbe aprire un cantiere più ampio di revisione costituzionale “dal basso”?
Certamente il voto del 22-23 marzo 2026 potrà segnare uno stop a questa tipologia di riforma che si presta a venature autoritarie, ma sinceramente non è possibile garantire che il voto potrà aprire un cantiere più ampio di revisione costituzionale “dal basso” in quanto questa maggioranza di governo, nei primi 15 mesi di legislatura, ha dimostrato un metodo verticalista (e cattivista) di governo della società e delle istituzioni.
D: Se dovesse rivolgere un messaggio a studentesse, studenti e cittadini che ancora non hanno deciso come votare, quale sarebbe il principale criterio costituzionale che suggerisce di adottare per orientarsi verso il “No” nel referendum del marzo 2026?
La favoletta della quale fanno uso i Comitati del Si e il Governo (con ritrosia tattica quest’ultimo) si basa su aspettative giuste, ma non congruenti e connesse alle decisioni della legge Nordio.
Secondo la favoletta irenica della destra (e di alcuni liberali di sinistra), le tre nuove istituzioni, con le future norme di legge, velocizzeranno gli interminabili iter processuali italiani, limiteranno gli errori giudiziari (si cita Tortora per essere emozionali), tuteleranno le persone offese dai reati con più vigore e certezza, daranno maggiori spazi alle strategie della difesa nei processi civili e penali.
Questa favoletta irenica non credo sia realistica, soprattutto per chi conosce la durezza della vita e le vicissitudini di uno stato di polizia che si ammanta di cultura securitaria.
Votare si significa credere alle favolette. Eviterei.
I cittadini attivi – in conclusione – non debbono difendere la magistratura acriticamente, ma debbono chiedere una Magistratura indipendente in grado di difenderli nel caso di bisogno (il caso ICE credo sia palese come memento!).

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