Petilia Policastro e la sete che parla di abbandono

 

E' diventata ormai cronica, a Petilia Policastro, avere l’acqua a singhiozzo. C’è chi si alza alle sei del mattino per riempire le bottiglie, chi ha comprato taniche colorate da tenere sul balcone, chi ormai si è rassegnato a vivere “a orario”, come se una risorsa così essenziale potesse avere turni e permessi. È triste vedere una comunità costretta a convivere con la sete in un’epoca in cui parliamo tanto di transizione ecologica, innovazione, sostenibilità. Con puntuale cadenza, per le 'vie del borgo' all'improvviso parte un lungo e diffuso ronzio proveniente dalle autoclavi delle famiglie policastresi che tutte insieme iniziano a pompare acqua dai serbatoi.



Eppure, quello che succede qui non è un caso isolato. È il risultato di anni, forse decenni, di mancanza di investimenti nella rete idrica, un problema che parte da lontano e che coinvolge soprattutto Sorical, la società che gestisce la distribuzione in gran parte della Calabria, la quale ha da poco sostituito il consorzio ConGeSi sulle intestazione delle bollette dell'acqua. Le condotte perdono ovunque, i serbatoi non bastano più, e quando qualcosa si rompe, si interviene solo quando la situazione diventa insostenibile. Non c’è un piano vero, una visione. Solo emergenze che si ripetono come stagioni. Parrebbe che ormai gli operai stessi addetti alla manutenzione del sistema idrico per il centro e le frazioni, riferiscano di una condotta costituita essenzialmente da cerniere sostitutive.

E il futuro non sembra promettere niente di buono. La carenza sempre più costante di acqua, con il conseguente prolungamento dei periodi di siccità, indebolisce profondamente il nostro sottosuolo, lo rende più fragile e più soggetto a crolli e smottamenti in caso di eventi estremi, come le precipitazioni intense ed improvvise cui assistiamo sempre più spesso. La terra cede, le tubature si rompono, l'acqua si perde. Oggi più che mai, servono nuovi investimenti pubblici per progettare e realizzare condotte moderne, capaci non solo di garantire acqua a tutti, ma anche di rispondere alla crisi ambientale che stiamo vivendo. Le ondate di calore, la siccità e i cambiamenti climatici mettono sotto pressione sistemi già fragili. Continuare a rimandare significa condannare intere generazioni a convivere con l’incertezza su una risorsa vitale. 

E pensare che il nuovo sito di presa dell’acqua, fortemente voluto dal compianto sindaco Michele Tavernese, doveva essere l’inizio di una riforma generale dell'impianto idrico di Petilia Policastro. Un progetto ambizioso, nato con l’idea di garantire autonomia e continuità al servizio idrico, oltre che di ridurre le perdite strutturali. Quello sarebbe potuto essere il primo passo per trasformare la gestione dell’acqua da problema cronico a opportunità di sviluppo. Ma, come troppo spesso accade qui, l’entusiasmo del cambiamento si è spento con chi lo aveva immaginato.

Mi fa rabbia pensare che tutto questo poteva essere evitato. Le risorse ci sarebbero — dai fondi europei a quelli del PNRR — ma la sensazione è che manchi la volontà politica e gestionale di usarle davvero per modernizzare un sistema vecchio e fragile. Sorical parla di progetti in corso, ma nel frattempo la gente si arrangia con autobotti e cisterne, come se fossimo ancora negli anni ’50.

Camminando per le strade di Petilia, si sente un misto di rabbia e rassegnazione. Gli anziani ricordano quando le fontane pubbliche scorrevano tutto il giorno; oggi, invece, scorrono solo le scuse. Questa crisi idrica non è solo un disagio pratico: è un simbolo di come la Calabria venga spesso dimenticata, lasciata a gestire i propri guai con mezzi di fortuna.

L’acqua è un diritto, non un privilegio. E finché continueremo a parlare solo di emergenze e non di pianificazione, questa sete — fisica e civile — continuerà a raccontare chi siamo e cosa non abbiamo ancora imparato.

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