SALVATE IL SOLDATO RYAN by Steven Spielberg
Per amore di una madre la patria si può anche sacrificare. Forse è questo uno dei messaggi che Spielberg decide di dare questa volta al popolo cinefilo di mezzo mondo. Dopo “Schindler’s List” era difficile trovare un tema ancora più profondo su cui riflettere, allora la guerra, la più antica tra le tragedie, è sembrata la più adeguata per continuare quel cine-filone a scopo educativo che pretende molta attenzione da parte del pubblico e non consente di staccare il pensiero dalle immagini che passano sempre più vorticosamente attorno a chi guarda.
Partendo dal dramma contenuto nei messaggi di cui si serve la nazione americana per informare la famiglie della caduta in guerra di un loro caro, Spielberg narra la missione di recupero del soldato Ryan, ultimo di quattro fratelli, l’unico ad essere rimasto in vita, che non si vuole far venir meno ad una famiglia già troppo dilaniata da messaggi luttuosi e consolazioni ormai poco efficaci ed ancor meno possibilista a sperare di rivedere l’ultima garanzia della propria discendenza. Ad incorniciare la nobiltà d’animo statunitense c’è la Guerra Mondiale, quella grande, quella delle guerre lampo e dello sbarco in Normandia. La cura dei particolari sadici è curata fino in fondo, la crudezza delle immagini indicano molto apertamente il fine di provocare ribrezzo nello spettatore. Il messaggio dei primi minuti è infatti proprio la sanguinarietà di tale tragedia, l’assoluta normalità della morte, che sembra non colpire nessuno, l’odio reciproco tra due eserciti che pretendono di avere ragione, quando poi alla fine l’unico ad emergere è il torto di aver falciato vittime come sterminatori in preda a raptus omicida. La ragione nel film si cerca in ogni angolo, dopo ogni colpo partito dalle canne , in ogni tentativo di salvare un morente, in ogni nemico ucciso per paura di essere uccisi.
A cercare più di
ogni altro la ragione è Tom Hanks, ancora una volta attore giusto al posto
giusto. Incaricato di guidare la spedizione di recupero, lui, insegnante di
liceo partito volontario, non riesce a trattenere tutto per intero il peso di
tali atrocità ed è costretto a fermarsi, è costretto a battere ciglio, non può
fare a meno di risvegliarsi per pochi istanti da quell’incubo che lo trascina
senza dargli tempo, che gli obbliga percorsi senza porgli una scelta. Lui come
pochi riesce a sentire le voci della guerra e cerca di distrarsi, non vuole che
il boato dei mitra copra la sua individualità, non cade vittima dell’eroismo
che inculcano nelle scuole di guerra, riesce a rimanere uomo pur nelle vesti di
soldato e pur circondato da soldati che hanno dimenticato di essere uomini. La
perdita di molti amici non fa crescere in lui quella rabbia per il nemico che i
suoi generali si aspettano, egli cerca
di eseguire solo gli ordini e si appella a quelli per non far straripare gli
animi dei suoi subordinati.
Il ritrovamento del Soldato Ryan, dato per disperso, è solo un avvenimento, ma non cambia il copione, non c’è quella svolta che lo spettatore vorrebbe, perché i bombardamenti continuano e il tempo per sperare manca. Lo sviluppo del film è un viaggio non orizzontale ma verticale, che affonda nella realtà e scava nell’emotività creando quel contrasto dato da due elementi tanto diversi. Ne risulta una situazione piena di tensione; non si sa mai che tipo di scena sarà la prossima, quale osservatore descriverà la guerra, quale esito avranno i personaggi.

Commenti
Posta un commento